La storia di Laviano


NOTIZIE STORICHE DI LAVIANO:

Il 23/11/1980, intorno alle ore 19,37, un terremoto di forte magnitudo (6,8 della scala Richter) colpisce, violentemente, una zona molto estesa posta a scavalco tra la Campania e la Basilicata: 2914 vittime, oltre 10.000 feriti e circa 280.000 senza tetto ed ingenti danni agli edificati.
L'area epicentrale è inserita nell'Appennino meridionale e si configura come un triangolo fra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Tra i comuni più devastati vi è anche Laviano (SA) dove il sisma ha raggiunto un'intensità fortissima (X grado della scala MKS) segnando una ferita indelebile sia nel tessuto sociale, che nel patrimonio edilizio allora esistente: 300 sono state le vittime e 700 i feriti in una comunità complessivamente di circa 2000 persone (delle quali, almeno 300, non erano presenti perché emigranti), mentre l'abitato è stato distrutto al 98%. E’ proprio a seguito della tragedia del terremoto del 1980 che in molti hanno appreso dell’esistenza di questo paese ubicato nella parte nord-orientale dell'alta valle del fiume Sele ed al confine con la Basilicata.

Le origini di Laviano:

Nella "Storia del regno delle due Sicilie" (Napoli 1847, Vol. III, pag. 9) N. Corcia (originario proprio di Laviano e vissuto tra il 1802 e1892) fa risalire gli inizi del paese ai Sabini e lo definisce l'ultimo villaggio degli Ursentini: lo stesso nome "Lavianum" sarebbe un termine sabino e vorrebbe significare feudo rustico della "gens Lavia" (circa VI-VII sec. a.C.).
Il processo di romanizzazione di tale territorio si concretizzò solo intorno alla fine del III sec. a.C. in concomitanza con la fine della seconda guerra punica durante la quale le popolazioni irpine e lucane (Conzani e Volceiani compresi), si schierarono con Annibale. Con i Romani l'alta valle del Sele vide estendersi ed il consolidarsi di alcune produzioni agricole (basate, prevalentemente, sulle colture dell’olivo, della vite e dei frutteti) integrate sia con le attività nei boschi, sia con la pastorizia e l'allevamento favoriti dalla presenza di altopiani, acqua e prossimità ad aree di transumanza.
Già allora la produzione di legname costituiva un elemento portante dell'economia locale tanto che risultava, a quel tempo, diffuso il culto silvanico ed accertata l'esistenza di un "collegium dendrophorum" cioè di una corporazione tra le cui principali iniziative ricadeva il commercio di legname, soprattutto, di specie di alto fusto (quali, ad esempio, le querce, i faggi e le conifere) maggiormente richieste dal mercato per la carpenteria e la cantieristica navale. A riguardo, Dendroforo era il nome del sacerdote che portava rami di alberi durante le feste greche (dendroforie di Dioniso e Demetra) e, poi, in quelle romane (di Attis e della Magna Mater). Una delle principali arterie stradali realizzate dai romani nella zona (cioè la direttrice "Volcei - Compsa") attraversava il fiume "Tremete" (ora "Temete", affluente del Sele, che delimita, tuttora, i confini amministrativi tra i territori di Laviano e Castelnuovo di Conza) e dalla stessa, proprio in prossimità di tale corso d'acqua, dipartiva un altro asse viario che, passando per Laviano, conduceva in Lucania con due tracciati (un tempo antichi tratturi della transumanza). Si trattava di importanti percorsi per il trasferimento del bestiame e per i traffici delle diverse mercanzie. Le maggiori vie dell'acqua della zona (come quella rappresentata dai fiumi “Sele” e “Temete”) venivano utilizzate per la fluitazione verso il mare dei tronchi d'albero destinati, poi, alla commercializzazione ed alla trasformazione del legname per vari usi. Sempre con i Romani i nuclei urbani di Conza, Eboli e Buccino costituirono i punti nevralgici di relazione connessi alla valle del Sele.

I Longobardi:

All'inizio del V secolo d.C. l'organizzazione territoriale dell'alta valle del Sele subì profonde trasformazioni e l'insediamento urbano di Conza (allora detta "Compsa"), già sede episcopale nel VI sec., acquisì sempre più importanza. A quel tempo risale l'insediamento dei Longobardi nell'Italia meridionale che conquistarono pure Conza. Gli studi segnalano varie loro postazioni dislocate nell'alto Sele a difesa del territorio: anche nelle vicinanze di Laviano, a circa 2 Km a nord/est, risulta un manufatto di avvistamento e difensivo del valico per Conza, denominato "Castelluccio", che, proprio per la sua funzione, era posto in modo da dominare l’impluvio del “Temete” dai suoi 800 m. s.l.m. e le contrade circostanti di Serra della Guardia, Piè dell'Arma e Capo l'Arma. I Longobardi realizzarono una sorta di linea di avvistamento lungo le valli anche dei predetti fiumi (cioè “Temete” e “Sele”) considerando queste direttrici importanti per l’espandersi dei loro domini verso Eboli e Salerno (come avvenne a metà del VII sec.) oltre che per i traffici commerciali contribuendo, così, a valorizzare il ruolo e lo sviluppo delle aree interne. Inoltre, gli stessi, per esigenze politiche ed economiche, definirono una nuova organizzazione dei loro possedimenti suddividendoli, inizialmente, in 36 Ducati tra i quali il Ducato beneventano poi articolato nei Principati “Citra” ed “Ultra”. Dal periodo longobardo Laviano è appartenuto al Gastaldato di Conza (“Compsa”), mentre è rientrato nel Principato Citra (per estensione molto più grande dell'attuale provincia di Salerno) dalla seconda metà del XIII sec. fino ai decreti napoleonici (XIX sec.) quando nelle provincie del Regno vennero variate le divisioni (denominate, questa volta, "distretti").

I Normanni e gli Svevi



Con l’arrivo dei normanni i re conferirono prima ai duchi e/o conti, poi ai baroni e, ancora dopo, ai militi la massima autonomia nei rispettivi possedimenti (feudi) rendendoli sempre più potenti. All'investitura del feudo era legata la proprietà del Castello sede del feudatario e degli armati, che gli giuravano fedeltà come lui, a sua volta, l'aveva assicurata al sovrano. Il Re Ruggero II (prima metà del XII sec.) divise il Principato Citra in "comestabulie" (la zona in questione venne affidata a Roberto di Quaglietta) e creò la contea di Laviano (alla quale dipendevano, a livello militare ed amministrativo, vari paesi circostanti) assegnata al conte Guglielmo che prese, così, il cognome "de Laviano" e poi "Laviano". A lui si devono le origini anche del Castello. Con gli svevi, in paese, subentrarono degli esponenti della famiglia Oddone che ebbero una vita alquanto tormentata per la loro contrapposizione ai diversi regnanti mirata ad avere sempre più autonomia. Manfredi (figlio naturale legittimato di Federico II) scelse quali feudatari per Laviano prima un certo Pietro di San Severo e poi lo zio Galvano Lancia.

Dagli Angioini agli Aragonesi

Con l’insediamento al trono di Carlo d'Angiò (intorno al 1270) arrivò a Laviano la famiglia D'Alemagna (venuta dalla Germania): spicca tra i suoi esponenti Guido D'Alemagna (vissuto sino al 1296 ed al quale vennero assegnati, in zona, anche Buccino, Campagna, Colliano, Senerchia e Castelnuovo) per gli importanti incarichi che gli affidarono prima re Carlo d'Angiò e, poi, il suo successore re Carlo II (detto "lo zoppo"). Per tutta la dominazione angioina (particolarmente caratterizzata dal regno di Roberto d'Angiò visto che detenne il potere per 33 anni) la famiglia D'Alemagna conservò la contea di Laviano come testimoniato dalla presenza, nel 1428, del conte Giorgio D'Alemagna (signore anche di Buccino) al quale subentrò il figlio Pirro il quale ebbe il possesso della medesima con i Castelli di Laviano, di "Castelgrandine" (oggi Castelgrande) e di Rapone data la provata fedeltà alla Corona. La sovranità degli Angioini si concluse, di fatto, con Giovanna I la quale, nonostante quattro matrimoni, non lasciò nessun erede quando morì strangolata nel Castello di Muro Lucano, comune confinante con Laviano. Tale regicidio causò una guerra tra gli angioini ed i durazzeschi che ne uscirono vincitori. Divenne, allora, sovrano Carlo III di Durazzo (a sua volta assassinato mentre andava a prendere possesso della Corona di Ungheria) al quale successero i suoi due figli Ladislao e Giovanna II. Nel corso del XV sec. si insediarono nel Regno di Napoli gli aragonesi, inizialmente, con Alfonso I, re di Aragona, che favorì il rapporto con i baroni, piuttosto che con il clero, concedendo loro nuovi privilegi. Aumentò, così, il potere dei signorotti locali e la vita delle popolazioni dei diversi territori dipese molto dalla benevolenza ovvero dall’arroganza degli stessi. Con il Decreto del 7/6/1494 estesi territori dell’alta Valle del Sele e dell’Irpinia, ritornarono alla Regia Corte che li concesse, in segno di gratitudine, al capitano Consalvo di Cordova. In tal periodo le "Amministrazioni Comunali" e le "Università" divennero indipendenti e più attente alla difesa dei beni delle proprie comunità. Sempre nel XV sec. Laviano passò da Marino e Pirro d’Alemagna ai Carafa: dapprima ad Antonio, poi ad Anna (Principessa di Stigliano) e, infine, a Nicolò Carafa Gusman, a sua volta, Principe di Stigliano. I Carafa, storica famiglia napoletana derivata dall'illustre casa Caracciolo, si divise in due diramazioni dette della Spina e della Stadera e, questi ultimi, a loro volta, in più rami tra cui i conti di Mondragone con titolo, anche, di Principi di Stigliano: tra questi Anna sposò Ramiro Gusman (duca di Medina e viceré di Napoli) senza avere eredi.

La Regia Corte, gli ultimi feudatari ed i proprietari sino al terremoto del 1980

Alla morte del Principe di Stigliano i suoi beni (inclusa la baronia di Laviano) vennero ripresi dal Regio Fisco con apposito atto di transazione a cui partecipò la principessa di Stigliano: proprio tale documento fornisce un’interessante e rara descrizione della “Terra della Baronia di Laviano” e dei territori circostanti che, all’epoca, consisteva nelle terre di Laviano, Castelgrande e Rapone. Nel 1697 la Regia Corte assegnò i predetti possedimenti, per il prezzo di 65370 ducati, a Francesco D’Anna la cui famiglia li detenne per circa due secoli (cioè sino al 1865) rimanendovi, perciò, anche dopo l'insediamento dei Borboni nell'Italia meridionale nel 1738 e, nonostante, l'occupazione austriaca e l'instaurazione della Repubblica partenopea. Francesco D’Anna, esponente anch’esso di un’importante e nobile famiglia napoletana, fu molto benvoluto sia dal popolo, sia dai sovrani (in particolar modo dal re Filippo V). Alla sua morte nel 1714 la Baronia di Laviano passò ai vari discendenti: Ernesto D’Anna fu l’ultimo Duca di Laviano, visse nel Regno di Napoli ed ebbe dal primo matrimonio Marianna (sposata con Michele Capano, Duca di Civita Sant’Angelo), Vincenzo e Carolina. A riguardo, si narra di un forte legame di Marianna verso il Castello di Laviano, tanto che vi trascorse più tempo degli altri familiari relazionandosi, maggiormente, con la comunità locale. In seguito il Castello divenne di proprietà privata: in particolare, nel XX sec., risultò appartenere a Michelangelo Pinto fu Saverio negli anni '20, all’avv. Saverio Pinto negli anni '40 ed a Robertiello Alfredo di Angelomaria dal 1948. Tra il 1950 ed il 1951, invece, l'Amministrazione Comunale di Laviano acquisì il fortilizio al proprio patrimonio allo scopo di salvaguardarlo e di restaurarlo per poterlo utilizzare, ma dagli anni ‘70 lo abbandonò lasciandovi solo il serbatoio dell’acqua nella sua torre maggiore. Proprio per il suo notevole interesse culturale, tale Castello è stato assoggettato a tutela monumentale, addirittura, dal 1924 (ai sensi della legge n. 688/1922), poi confermato nel 1941 (ex lege n. 1089/1939), con appositi decreti emanati, rispettivamente, dal Ministero della Pubblica Istruzione e dal Ministero dell’Educazione Nazionale. La storia materiale di Laviano, oltre che dalle vicende politiche generali e dal succedersi dei numerosi feudatari, è stata segnata dai diversi terremoti e dalle varie epidemie (peste, vaiolo, colera, ecc.), che hanno colpito la sua comunità assai fragile seppure molto tenace.
Il paese si è sviluppato, nel corso dei secoli, tra il Castello e la Chiesa Madre dell'Assunta (entrambi di origine normanna, come già sopra riferito e che, sino al 1980, si sono fronteggiati essendo collocati alle estremità del promontorio nel quale era incastonato tale borgo) adattandosi alla morfologia del rilievo collinare e l’edificato era molto semplice: case disposte maggiormente a schiera lungo i percorsi, caratterizzate dai volumi compatti, dalla prevalenza dei pieni sui vuoti e dalla presenza sia di pochi elementi decorativi (per lo più portali e soglie in pietra ovvero cornici e marcapiani in intonaco), sia delle coperture a falde. L'abitato era in armonia con il contesto territoriale nel quale era inserito e la sua popolazione viveva, per lo più, di agricoltura, di pastorizia, di allevamento e delle risorse della montagna (soprattutto del legname). Diversamente da altre realtà, anche confinanti, molto scarsa era, prima del terremoto del 1980, l'edificazione nelle campagne. Tra il 1871 ed il 1951 Laviano ha visto rinfoltirsi la popolazione: in detti anni il numero dei propri cittadini ha raggiunto, rispettivamente, 2547 e 2413. Nella seconda metà del XIX sec. l’emigrazione ha, invece, ripreso il sopravvento e, questa volta, in modo definitivo tranne che per un breve periodo di "ritorno" dopo il sima del 1980.

La “ricostruzione” post sisma

L'evento tellurico del 1980 aveva risparmiato la Chiesa di S. Maria delle Libera e quella di S. Vito, mentre non aveva interamente distrutto il complesso ecclesiastico parrocchiale dell'Assunta, il Municipio ed il Castello oltre a limitate porzioni dell’abitato. Il terremoto e le successive scelte effettuate dall'Amministrazione Comunale dell'epoca nell'opera di “ricostruzione” hanno non solo cancellato il paese originario incastonato sino ad allora lungo il pendio collinare, ma anche stravolto l'assetto morfologico del suo territorio e le caratteristiche edilizie tipiche dei suoi fabbricati. E' rimasto solo il nome, ma il nuovo abitato non ha nulla del precedente centro: è stato per la maggior parte dislocato in una zona limitrofa ed il suo aspetto contrasta con il relativo contesto territoriale. Il Castello, la Chiesa di Santa Maria delle Libera e 4 o 5 costruzioni del nucleo storico (le cui condizioni statiche sono alquanto precarie) sono da tempo le testimonianze superstiti che, tuttora, consentono di ricordare che esisteva un "paese" dal nome Laviano con una sua "storia".
laviano-terremoto-campania1980laviano-dopo-terremoto-campania1980